Maccheroni dell’alpigiano

Maccheroni dell’alpigiano

Notoriamente, tutte le cose belle hanno una fine. Se da una parte questo significa che, no, questo blog non chiuderà mai i battenti, dall’altra significa anche che il soggiorno in madrepatria di Lorenz sta volgendo al termine. Per festeggiare il fatto di potersi nuovamente permettere più di due pasti a settimana, vale la pena realizzare un’ultima ricetta tipicamente svizzera prima della liberazione!

Se ci seguite da un po’ e riuscite ancora a guardarvi allo specchio senza vergogna e senza riconsiderare la vostra intera esistenza, avrete sicuramente letto diverse ricette tradizionali svizzere, dalla fonduta (la nostra prima ricetta) alla raclette. Senza andare a scomodare il consumo di carne di cane o gatto (non vorremmo scatenare un caso politico come quello di Bigazzi a “La Prova del Cuoco”), è abbastanza chiaro che il 90% della dieta alpina ruota esclusivamente attorno al formaggio.

La fonduta del resto altro non è che formaggio sciolto servito con del pane, la raclette non più di formaggio sciolto servito con delle patate… Per mantenere questa coerenza, la ricetta di oggi sarà formaggio sciolto con un altro alimento di base: la pasta. Facile!

Il piatto rappresenta la perfetta simbiosi tra l’italianità Ticinese ed il resto della nazione elvetica, ma pone anche importanti quesiti come: “ma che caspita è un alpigiano?!”
Trattandosi di un aggettivo secondo la Treccani, la ricetta è conferma - oltre dell’amore degli svizzeri per la pesantezza ed i formaggi - della loro incapacità nell’uso della lingua italiana.

Gli ingredienti (per un alpigiano)

Lingua alpigiana
Come consueto, vi sarete posti diversi interrogativi alla lettura della ricetta:
“Ma chi me lo fa fare di mangiare pasta e patate?”
“Qual è il tasso di suicidi per depressione alimentare in Svizzera?”
“Più che il segreto bancario non sarebbe meglio il segreto gastronomico?”
“Come si pronuncia ’sta schifezza?”
Possiamo darvi una risposta almeno ad una di queste legittime domande.
  • 100 g di maccheroni (o di qualche altra pasta, possibilmente all’uovo),
  • 150 g di patate (2 di piccole dimensioni),
  • Un grosso cipollotto,
  • Due cucchiai di farina,
  • 30 ml di panna (opzionali),
  • 40 g di Groviera o Sbrinz grattugiato,
  • 50 g di burro.

Se non riuscite a procurarvi i maccheroni all’uovo, potete ripiegare sui classici cornetti all’uovo svizzeri. Utilizzare qualsiasi altro tipo di pasta corta è un’alternativa accettabile, almeno tanto quanto l’aerare le ascelle in motocicletta costituisce un’alternativa funzionale alla doccia.

La ricetta ha la sua probabile origine durante le prime fasi di immigrazione italiana in Svizzera (con i barconi su per il lago di Como, fortunatamente non esisteva ancora il corrispettivo elvetico di Salvini a fermarli). L’arrivo della pastasciutta costituiva un nuovo ingrediente molto apprezzato, ma anche piuttosto raro: la spiegazione probabile è che le popolazioni alpine “allungassero” il piatto di pasta con l’aggiunta di patate, per ottenere un pasto nutriente e non eccessivamente dispendioso.

La ricetta rappresenta anche uno dei primi attacchi al patrimonio gastronomico italiano perpetrato da altre culture, attacchi che si fanno più inumani e perversi man mano che ci si allontana dal bel paese.

Il procedimento

Ogni ricetta bastarda che si rispetti aggiunge sempre come ultimo passo una cosa fondamentale che avreste dovuto cominciare a preparare prima ancora di pensare alla cena e che, a quel punto, risulterà perfettamente inutile. (Tipo “a questo punto aggiungete la mousse di carciofo che avrete precedentemente frullato e tenuto in frigo per almeno 3 notti di luna piena”. E voi non avete neanche comprato il carciofo.)

Per prevenire questi spiacevoli incidenti vi ricorderemo già da subito di dover tagliare la cipolla in fette sottili e cuocerla in una padella con del burro o dell’olio. Aggiungete un pizzico di zucchero e anche la farina, mentre confidate nell’effetto Maillard per l’imbrunimento.

Maillard non era molto apprezzato per il suo alito.

Come vi ripetiamo spesso, le patate presentano lo spiacevole problema di avere una buccia. In attesa che i supermercati della grande distribuzione rendano finalmente disponibili delle patate OGM auto-sbuccianti, sarà necessario destreggiarsi col pelapatate — oppure ripiegare su una ricetta che prevede patate non sbucciate, ovviamente.

Non fatevi fermare dalla voglia di non fare niente, del resto è lo spirito del fancazzismo il vero ed unico motore dell’evoluzione umana.

Tagliate le patate a cubetti e versatele in una pentola di acqua bollente, adeguatamente salata.

Dopo alcuni minuti di cottura, aggiungete anche i maccheroni.

Cuocete per altri 8-10 minuti, in base alla fiducia che ripotenete nella vostra dentatura.
La tecnologia dello scolapasta non è presente in tutte le culture, per cui a volte dovrete far fronte a questo passo utilizzando strumenti a metà strada tra tortura medievale e strumenti di piacere prussiani.

Aggiungete alla pasta il burro, la panna ed infine l’abbondante formaggio.

La tipologia di formaggio non è fondamentale ovviamente, ma utilizzare il Groviera farà sì che i vostri vicini vi regalino al più presto un deodorante per scarpe.

In tavola

Servite ancora caldo, formaggioso e fumante, ricoprendo le porzioni di abbondante cipolla abbrustolita, in una maestosa riproduzione del monte Cervino ricoperto di neve. Maestoso almeno quanto lo saranno i gas sprigionati durante la fase digestiva.

Aggiungete anche del pepe, perché no? Tanto, a questo punto…

Purea di mele

La dieta in alta montagna deve fare i conti con i pochi ingredienti disponibili: è per questo che una bottiglia di acqua minerale sul passo del S. Gottardo ha un prezzo di 10 Franchi e che la pasta viene diluita con le patate. Alla stessa maniera, capite che in alta quota mangiare un’insalata che non sia composta da soli muschi e licheni comporta notevoli difficoltà logistiche.

Per superare queste difficoltà, gli ingegnosi alpigiani hanno trovato una soluzione semplice, che ha come unico requisito l’assenza delle papille gustative: la conversione di mele in salubre purea, da usare come contorno e dessert. Tale preparato si chiama “Apfelmus”, che significa più o meno “mucillagine orribile al gusto di mele”.

Per cimentarvi in questo rituale montanaro, prendete due belle mele dal retrogusto acidulo per ogni persona, privatele della buccia e tagliate a cubetti. Mettete tutto in una pentola a fondo spesso, aggiungete due cucchiaini di zucchero per porzione e una tazzina d’acqua. Opzionalmente della cannella, chiodi di garofano od altre spezie.

Colorante
Se avete usato delle mele con buccia rossa, potete spezzettare ed aggiungere anche la buccia (opportunamente lavata) in pentola. Conferirà un bel colorito sano alla purea invece del colorito ocra pre-digerito che otterreste altrimenti.
Mettete a cuocere a fuoco lento, chiudendo ermeticamente.

Tenete d’occhio durante la cottura, aggiungendo eventualmente altra acqua. Dopo circa una mezz’oretta di cottura le mele dovrebbero essersi disintegrate al punto di poter essere mescolate energicamente con una frusta.

Lasciate raffreddare un po’ e poi servite!

Il dessert viene solitamente accolto con un “sei sicuro di averlo cucinato e non starnutito, quello?”

La musica

Come sottofondo musicale vi presentiamo un classico non plus ultra: “Vreneli ab em Guggisberg”, la più antica canzone popolare svizzera, in una eccezionale interpretazione di Christine Lauterburg.

La vecchia canzone narra di tale Vreneli originaria di Guggisberg, una località nel canton Berna, il cui amato quanto sciagurato Simon si trova invischiato in una violenta lite con un rivale e, credendo di averlo ucciso, fugge all’estero. Dopo due anni, quando scopre che il rivale è invece sopravvissuto, torna a Guggisberg, soltanto per scoprire che nel frattempo la povera Vreneli è tragicamente morta di crepacuore. (Sì, il romanticismo sfigato va per la maggiore in Svizzera.)

Tra le note curiose (curiose nel senso “da raccontare ad una festa per risultare l’invitato più noioso”): fischiettare il motivetto di tale canzone popolare era severamente vietato nell’esercito francese del XVII secolo perché si riteneva che sentendolo i mercenari svizzeri fossero colti da improvvisa ed irresistibile nostalgia di casa, al punto da disertare. Un fondo di verità doveva esserci, visto che il dialetto svizzero tedesco è una delle poche lingue al mondo ad avere una singola parola per la nostalgia di casa: “Heimweh”, letteralmente “mal di casa”. Il desiderio di tornare tra le verdi vallate tra le Alpi doveva essere talmente diffuso che nel XVII secolo si usava la definizione morbus helveticus per questo tipo di afflizione.

Questo per dire che i primi generi di export della Svizzera, assieme a formaggi puzzolenti e contadini barbuti armati di alabarda, erano nostalgia e patimento. (Poi è arrivato Goethe ed i suoi amici romantici, per cui la nostalgia divenne una cosa paneuropea.)

Come tutte le cose che leggete sul nostro blog: probabilmente tutto questo è molto poco vero.

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