Pane nero monastico

La provvidenza divina ha voluto che uno degli autori del blog venisse convocato, nei giorni scorsi, a dedicarsi — seppur brevemente — alla vita monastica e ad impegnarsi per il nutrimento spirituale e fisico di un gruppo di aitanti lupetti scout. Questo articolo è volto alla narrazione di questo evento, non solo per descrivervi una delle ricette proposte, bensì anche per mettervi in guardia: scegliere uno degli autori di questo blog come cuoco per dei bambini è un'idea sbagliata e ne pagherete le conseguenze.

La sortita, dalla forte componente spirituale e mistica, ci ha guidati fino all'abbazia di Sant'Eutizio, nelle vicinanze di Norcia.

L'abbazia di Sant'Eutizio.

Si tratta di un antico monastero, fondato nel V secolo dai monaci Siriani (che per ragioni a noi inspiegabili dal deserto di Nitria sono finiti in mezzo ai monti Sibillini), sopravvissuto ad un'invasione ostrogota e poi divenuto abbazia benedettina sotto la guida di tale Eutizio — convertito in santo probabilmente per aver sopportato il suo nome.

Il monastero è stato un importante centro di microchirurgia medievale (nel senso che usavano dei martelli di dimensioni ridotte per togliere i denti e solo delle piccole sanguisughe per fare i salassi), raggiungendo anche una certa fama nella cura delle malattie agli occhi. Possiamo soltanto sperare che il monastero abbia mantenuto le sue proprietà taumaturgiche di guarigione, in modo da far sopravvivere quanta più gente alla ricetta che presenteremo.

Si tratta infatti di un pane medievale, liberamente ispirato da un'autentica ricetta benedettina del nord Italia. Preoccupati? Dovreste esserlo.

Gli ingredienti (per 3 pagnotte)

Non è facile procurarsi degli ingredienti sufficientemente medievali per riprodurre fedelmente la ricetta purtroppo. Vi consigliamo a tal fine di recarvi presso il negozio di alimenti biologici più presso, acquistare gli ingredienti di base e poi semplicemente trascinarli nello sporco per un po'. State sicuri che il livello di igiene finale sarà pur sempre più elevato di quello ottenibile nel V secolo, anche da parte di monaci microchirurghi.

  • 1 kg di farina integrale di segale,
  • 1 kg di farina integrale di farro,
  • 40-50 g di sale circa,
  • 40 g di lievito acido (anche noto come “pasta acida”),
  • 50 g di lievito fresco di birra,
  • Spezie assortite, un po' a caso.

Nel caso della nostra spedizione monastica avevamo disponibili soltanto zenzero e chiodi di garofano: l'effetto finale fa un po' “pan pepato natalizio” ovviamente. In alternativa ci starebbe molto bene del finocchio, del cumino e/o del coriandolo.

La preparazione

Abiti
I più attenti fra di voi avranno sicuramente notato che l'abito indossato da Lorenz non è propriamente corretto per un monaco che si attiene alla rigorosa regola benedettina.
Ebbene, il saio di colore marrone / cenere invece è solitamente associato ai frati francescani.
Il colore più corretto sarebbe stato un abito di color nero, sebbene la regola non sia del tutto esplicita da questo punto di vista. Siamo però sicuri che almeno in quanto a “pratica della povertà”, ci atteniamo perfettamente alle regole di S. Benedetto (tutto il contrario invece per quanto riguarda la “pratica della massima funzionalità”, visto che il saio ha reso praticamente impossibile qualsiasi procedura in cucina).

Prima di mettervi effettivamente all'opera, ricordatevi che siete su una missione per conto di Dio: infilatevi il vostro bel saio da monaco e recitate una preghiera affinché nessuno muoia di gastroenterite per colpa vostra.

Il neoconvertito fratello Günther dalla bassa Sassonia. Vedete com'è facile tradire la fede pizzafariana e convertirsi brevemente al Cristianesimo, seppur di facciata?

Ritemprati nella fede, possiamo finalmente dedicarci all'impasto. Prendete tutte le componenti asciutte (farine, sale e spezie) e gettatele in un grande contenitore.

Mescolate alacremente con un mestolo.

Ora si tratta di risvegliare dal suo torpore il lievito, senza farlo arrabbiare troppo. A tal fine, preparare una piccola ciotola di acqua tiepida, aggiungete un paio di cucchiai di zucchero e poi versateci sia il lievito fresco che quello acido in polvere. Mescolate un po' per assicurare un risveglio brusco e spiacevole al lievito.

Dovreste ottenere una indicibile pastina come questa, dal colore del vomito e dall'odore pungente (un modo elegante per dire che anche l'odore fa schifo).

Orbene, è giunto il momento di unire le due masse antitetiche e di vedere cosa ne esce. A giudicare dal colorito di entrambe, il risultato non può far ben sperare.

Sempre saldi nella vostra incrollabile fede, nessun lievito potrà farvi del male!

Ora che l'irreparabile è accaduto, cominciate a lavorare il composto senza alcuna considerazione per lo stato delle vostre mani e, progressivamente, aggiungete dell'acqua tiepida. Ne servirà poco meno di un litro, ma procedete pure spannometricamente fino ad ottenere un impasto omogeneo e non troppo appiccicoso.

Infarinare le mani prima di iniziare a lavorare può essere un'idea vincente. Un'idea vincente che a noi non è venuta, almeno non prima di aver iniziato a dibatterci freneticamente scagliando pezzi d'impasto a destra ed a manca in giro per la cucina. In ogni caso, cercate per quanto possibile di mantenere un contegno da santi uomini di spirito mentre impastate il tutto.

Dopo un po' di fatica dovreste aver ottenuto una simpatica palla d'impasto dal colore marroncino scuro. Giratela fra le mani per renderla perfettamente sferica, un simbolo dal profondo significato religioso.

Mentre siete impegnati con l'impasto, alle vostre spalle si svolgeranno le classiche scene da vita monastica, inclusi i disdicevoli e scandalosi baci rubati tra abate e consorelle benedettine!

Infarinate lievemente il prodotto del vostro alacre lavoro e riponetelo in un contenitore al calduccio. Se la cucina è fredda, conviene scaldare sul fuoco la pentola in cui riponete l'impasto e poi coprirlo con un telo in modo da non dissipare il calore.

Potete ora aspettare per un paio d'ore mentre il lievito compie il suo dovere.

Un'ottima idea è quella di sparire a fare i propri porci comodi, mentre il restante della comunità religiosa svolge i compiti ingrati ed impegnativi a loro assegnati per il bene comune. Distendersi sui prati dinanzi al monastero, fissando le nuvole che passano sopra la vostra testa, è un'attività di intensa riflessione spirituale che sicuramente vi renderà molto apprezzati dai vostri confratelli e soprattutto dall'abate.

Questo ovviamente prima che abbiano assaggiato il frutto del vostro lavoro. State certi che dopo il pasto vi odieranno a prescindere da ciò che abbiate fatto.

Tornando al nostro pane, tornate a dargli un'occhiata dopo due orette circa. Dovrebbe aver lievitato fino a riempire buona parte del contenitore.

Se avete ancora tempo e soprattutto se ambite a raggiungere i livelli di diligenza dei frati benedettini, prendete l'impasto e lavoratelo di nuovo energicamente. Rimettete l'impasto a riposare come prima.

Concluso il secondo passo di lievitazione, prendete l'impasto e formate delle pagnotte dall'aspetto più regolare possibile. A giudicare dalla ricetta originale del “Vinschger Paarl” (e dal fatto che “Paarl” indica effettivamente che si tratta di un “paio” di pagnotte in lingua teutonica), andrebbe fatta una coppia di pagnotte congiunte a formare una specie di 8.

Decisamente una forma troppo regolare per noi, che al rigore e l'ordine monastico preferiamo il caos della nostra cucina: per cui puntiamo a realizzare tre pagnotte congiunte in maniera più o meno casuale.

Ponete tutto su una teglia, infarinate in cima ed infornate a 200°C per 40-50 minuti. Controllate la cottura per verificare che la crosta sia dura e l'interno sia secco.

In tavola

Sfornate il pane e lasciatelo riposare per un po' in modo che raffreddi e si secchi correttamente. Dovreste poter essere felici del risultato (almeno finché non lo assaggerete). Se così non fosse, potete nascondere le prove del vostro fallimento simulando un incendio di proporzioni epiche in cucina.

L'abate sarà fiero di voi. I bambini che dovranno consumare il pane un po' meno...

Trattandosi di un classico pane nero integrale, dal retrogusto un po' acidulo dato dal lievito usato, si presta ad essere consumato nelle modalità germaniche classiche: ossia ben imburrato (anche con burro salato se volete) e/o con dell'affettato. Perfetto per le brevi pause di lavoro durante il vostro lavoro da amanuense in monastero!

Per concludere possiamo assicurarvi che, tutto sommato, il pane è stato tra le cose più apprezzate tra i vari preparati del vostro cuoco di fiducia (capito quanto stiamo messi male?). Possiamo inoltre confermare che l'obiettivo reale, cioè quello di far piangere almeno un bambino con l'uso della sola gastronomia come arma, è stato raggiunto pienamente!

La musica

Per incitarvi alla goliardia, tutta medievale, mettete questo splendido brano da bevuta a tutto volume: “Bache, bene venies”, tratto dai Carmina Burana — un manoscritto non a caso ritrovato proprio nel convento benedettino di Benediktbeuern in Germania. (Ma quanto siamo puntigliosamente filologici?!)

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Commenti, adulazioni ed insulti!

Incredibile che siano stati scritti già 3 commenti!
Frà Giuseppe
Frà Giuseppe

Dopo questo post cookingbydummies è il mio nuovo sito preferito.

Ringraziamo il Signore.

Alleluia! Rendiamo sempre lode all’Altissimo, in cucina ed altrove.

bellissimo il pane nero!

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